Tutela della proprietà intellettuale, l’Italia arranca ancora

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Cos’hanno in comune Botswana, Isole Mauritius, Malta e Lussemburgo? Una proprietà intellettuale meglio difesa che da noi. Sono tutti Paesi che vengono prima dell’Italia nell’indice Ipri (International Property Rights Index). Dove l’Italia scende ancora e arriva, nel 2017, al 49esimo posto. Non è proprio un buon segno: l’indice misura il grado della tutela fisica delle proprietà fisica e intellettuale in 127 nazioni, quelle – per capirci – che producono il 98% del Pil mondiale. Ed è strettamente correlato all’innovazione: non saper «difendere» le proprie idee riduce giocoforza la competitività a livello internazionale. Proprio Competere, un think tank italiano, ha presentato nel nostro paese i risultati della rilevazione.

La classifica lancia un grido d’allarme: l’innovazione va tutelata. Si sperava di recuperare il gap dai Paesi più evoluti. L’idea era stata quella di introdurre il Patent Box. «Perché questo ritardo? Il tentativo di ricucire il gap normativo con l’introduzione del Patent Box – scrive Competere – , il sistema fiscale opzionale per i redditi derivanti dall’utilizzo dei diritti di proprietà intellettuale, non ha portato rilevanti miglioramenti nel quadro italiano. È stato adottato un approccio incoerente che ha finito solamente per moltiplicare gli oneri di coloro che avrebbero voluto beneficiare del sistema». Non solo: un sistema del genere, dove la proprietà intellettuale non viene valorizzata, diventa meno attrattivo per chi da fuori, per un qualche motivo, volesse venire in Italia a portare avanti le proprie idee.