L'uomo che sogna di morire su Marte

Articolo di Nicola Sabatini, photo by Nicolas Lobos on Unsplash
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«History is made». Questo semplice tweet della Nasa ha celebrato in diretta il lancio della navicella Falcon 9 lo scorso 30 maggio, diretta verso la ISS (International Space Station) con il carico dei due astronauti Nasa Doug Hurley e Robert Behnken. Il lancio, momento cruciale nella collaborazione SpaceX-Nasa, da un lato segna un punto di non ritorno fondamentale nella storia delle esplorazioni spaziali e promette di cambiare in modo profondo il modo con cui siamo abituati a pensare le missioni spaziali, dall’altro invece è perfettamente in linea con quanto la stessa collaborazione ha promesso e previsto, e si situa nella lunga scia di risultati ottenuti dall’azienda fin dalla sua fondazione nel 2002.

Nella scia di una storia epica

Per tutti, addetti ai lavori e uomini «comuni», la storia delle esplorazioni spaziali ha qualcosa di epico, che va al di là degli aspetti tecnologici e scientifici. La possibilità reale di lasciare il nostro pianeta e addentrarsi nei nostri dintorni cosmici risponde a un’aspettativa che in modo più o meno inconsapevole tutti gli uomini hanno dentro di sé: il desiderio di andare «fuori», di vedere «oltre», di esplorare ciò che sembra lontano e irraggiungibile. La curiosità del bambino ne è la manifestazione più semplice e immediata, ma, date le dimensioni delle imprese spaziali, fin dai primordi solo Stati e organizzazioni sovra-nazionali possono avere le capacità e permettersi la spesa. E infatti, proprio facendo leva sul fascino che il cielo esercita su tutti, nella prima fase della guerra fredda Stati Uniti e URSS si sono sfidate per la supremazia spaziale, intuendo il vantaggio in termini di propaganda che la conquista del cielo poteva dare rispetto all’avversario globale. La Race to Space, iniziata praticamente subito dopo la Seconda guerra mondiale, dura di fatto fino al 20 luglio del 1969 quando Neil Armstrong e Buzz Aldrin (con Michael Collins alla guida) raggiungono la superficie lunare. Eppure la «gara» vide i Sovietici avanti per i primi anni, con gli Americani costretti a inseguire: primo satellite orbitale (Sputnik), primo uomo fuori dall’atmosfera (Gagarin), prima donna fuori dall’atmosfera (Tereskova), prime sonde sulla Luna (programma Luna) e su Venere (programma Venera). La supremazia russa aveva radici profonde, grazie all’opera di importanti scienziati, come Konstantin Tsiolkovskij, iniziatore dell’ingegneria missilistica nella seconda metà del XIX secolo -sua la fondamentale equazione del razzo- e della volontà fortissima dei suoi capi di usare la scienza come strumento di propaganda a servizio dell’ideologia sovietica.

La presidenza di John Fitzgerald Kennedy segna un cambio di passo per gli Americani. Il suo discorso all’università di Houston del 1962 prefigura la supremazia statunitense. In quegli anni gli Usa ristrutturano le loro attività spaziali e di fatto fissano gli standard per la progettazione e la realizzazione di tutte le missioni spaziali a venire tramite le 12 missioni del programma Gemini (1963-1967); il suo successore, il programma Apollo, porterà alla conquista della Luna.

Dopo la conquista della Luna, l’Urss perde forza nella corsa allo spazio e anche l’interesse degli Usa e di altri paesi (fra cui l’Italia) si spinge verso ambiti più strettamente scientifici, inaugurando una stagione di scoperte straordinaria, con una grande attenzione rivolta ai pianeti nostri compagni nel Sistema solare. Il raggiungimento di Plutone da parte della sona New Horizons nel 2015 è l’ultima tappa di una cavalcata che ha portato manufatti umani vicino al Sole, su tutti i pianeti e su diversi loro satelliti e perfino ad atterrare sulle comete, fino alle due sonde Voyager uscite dalla zona di influenza del Sole, per incamminarsi nello spazio interstellare.

Se l’urgenza politica ha dato il motivo per gli investimenti giusti e la nascita dell’industria aerospaziale, ciò che ha cambiato le carte in tavola è stata proprio la presidenza Kennedy. Il discorso del 1962 condensa retorica e immaginazione, spingendo sul patriottismo, ma identificando l’azione americana come risposta a questo universale desiderio di scoperta. «Abbiamo deciso di andare sulla Luna («We choose to go to the moon!») in questo decennio e di impegnarci anche in altre imprese; non perché sono semplici, ma perché sono ardite. […] Lo spazio è lì e lo scaleremo, e la luna e i pianeti sono lì, e ci sono nuove speranze di conoscenza e pace. E, quindi, mentre salpiamo chiediamo la benedizione di Dio per l’avventura più pericolosa, pericolosa e più grande che l’uomo abbia mai intrapreso». In soli 7 anni gli Usa portano il primo uomo sulla Luna e col passare degli anni eclissano gli sforzi sovietici.

Oggi. La propensione al rischio e la forza visionaria di Musk

Il lancio di Falcon-9 segna una nuova tappa nell’impresa spaziale. Di per sé un lancio di un razzo non è nulla di nuovo, anche se si tratta di un razzo nuovo, con tante caratteristiche innovative. Il passaggio fondamentale è -come tutti hanno sottolineato- la realizzazione del trasporto di un essere umano sulla Iss da parte di un privato. Ma più in generale, non era ancora avvenuto che un’azienda privata diventasse il principale strumento per la realizzazione dei piani astronautici del più grande agenzia spaziale del mondo. Che è come dire che la vera novità è la stessa SpaceX, la cui natura riflette in tutto e per tutto la visione del suo geniale fondatore, Elon Musk.

Negli anni passati, al crescere dei costi delle imprese spaziali, la stessa Nasa dovette decidere di sacrificare il suo programma più longevo, lo Space Shuttle. L’arrivo di SpaceX, che ha iniziato con le prime commesse nel 2002, ha consentito una rivoluzione inattesa, con la ripresa di una visione prospettica “alta”, simile a quella che si leggeva nelle parole di Jfk, e la possibilità di nuove sperimentazioni che probabilmente non avremmo mai visto.

Fare un elenco delle innovazioni che SpaceX ha portato è difficile. Fra le più rilevanti possiamo indicarne due: la prima è la capacità di trovare modi più economici per la realizzazione dei propri veicoli spaziali, arrivando per esempio a integrare la filiera di produzione dell’acciaio e dell’alluminio per le lamiere e i bulloni per controllarne i costi; la seconda -che pure rientra nell’ottica economica- è senza dubbio la realizzazione dei moduli-razzo riutilizzabili. In particolare, quest’ultima innovazione permette un controllo dei costi per missione rilevante e ha necessitato di molte prove, ma, come dice Musk, questo non è mai stato un problema, perché «alla Nasa il fallimento non è accettato come risultato. Da noi invece sì. Perché se le cose non falliscono, significa che non stai innovando abbastanza». Quando si dice propensione al rischio…

Se mettiamo in fila tutti i progressi realizzati in questi 18 anni, si vede come la capacità di affrontare sfide sempre maggiori sia cresciuta incredibilmente. SpaceX non è un semplice fornitore come la Nasa ne ha a migliaia, affidabile ed esperto su qualche particolare tecnologico. La creatura di Musk è come un motore che spinge a un numero di giri elevato una macchina che aveva bisogno di abbracciare nuove sfide (in particolare la sezione esplorazione umana) per rigenerarsi, esattamente come era stato per la Race to space e i grandi traguardi dei decenni successivi. In questa spinta formidabile Musk ha chiaro un duplice obiettivo che persegue con tutte le sue forze: dare la possibilità a un numero crescente di “civili” di andare nello spazio e la conquista di Marte da parte dell’uomo. Musk stesso non fa mistero di voler essere parte dell’impresa: «Vorrei morire su Marte. Basta che non sia al momento dell’impatto». E se è vero come lui dice che dovranno andarci migliaia di essere umani (si spinge a ipotizzare 80.000 persone all’anno a regime), si capisce che i due obiettivi hanno una relazione. Il mezzo di trasporto su cui sta lavorando è il più grande vettore aerospaziale mai costruito: si chiama Starship e sarà in grado di svolgere operazioni cargo e di trasporto umano fino a 100 passeggeri. Emblematico quanto si legge nella pagina dedicata sul sito: «Service to Earth, Moon, Mars and beyond».

La visione di Musk ha a che fare con il traguardo marziano, ma per un motivo che va oltre Marte stesso. Vede l’impresa del raggiungimento del Pianeta rosso come un passaggio nella grande storia della vita sulla Terra: «Ci sono stati solo circa una mezza dozzina di eventi veramente importanti nei quattro miliardi di anni di storia della vita sulla Terra: vita monocellulare, vita pluricellulare, differenziazione in piante e animali, spostamento degli animali dall’acqua alla terraferma, e l’avvento dei mammiferi e della coscienza. Il prossimo grande momento sarà quando la vita diventerà multi-planetaria, un’avventura senza precedenti che aumenterà notevolmente la ricchezza e la diversità della nostra coscienza collettiva». Il geniale imprenditore sudafricano sa pensare veramente in grande.

Il fuoco: un’origine comune a tutti

Elon Musk sembra un personaggio da film Marvel (in cui peraltro ha fatto una comparsata). Eppure qualcosa ci lega a lui in modo più diretto di quanto saremmo inclini a pensare leggendo le sue imprese. È qualcosa che ha a che fare con il fuoco, con quel fuoco che arde nell’animo dei protagonisti della ricerca scientifica e tecnologica. È una tensione che caratterizza in profondità ciò che ci rende quello che siamo e ci fa desiderare di conoscere, scoprire, andare, espandere la nostra esperienza anche là dove sembrerebbe inutile impegnarsi, troppo difficile comprendere o troppo rischioso viaggiare. Ogni epoca produce figure esemplari di questa inesauribile voglia di andare, di conoscere, di esplorare. Elon Musk fa parte di questo ristretto club di esploratori, scienziati, ingegneri, artisti, pensatori, che, dominati dal desiderio di superare il limite di quello che già conosciamo o sappiamo fare, ci costringono a fare un salto oltre il comodo delle nostre convinzioni e conoscenze.

Ma da dove nasce questo fuoco? Cosa alimenta questa tensione inesauribile? Anche se non ce ne accorgiamo, la «partenza» è semplice e non ha bisogno di essere uomini straordinari. Siamo attirati dalla cosa più immediata: la presenza stessa di qualcosa reale e concreto fuori di noi, «che ci sta davanti come un grande enigma», diceva Einstein, e attende di essere scoperto. I bambini non si sottraggono a questa curiosità rispetto alle cose con cui hanno a che fare. Lo stesso Musk lo racconta, parlando dei suoi tentativi da scienziato in erba: «Se penso a quante cose ho fatto esplodere da bambino per fare esperimenti, è un miracolo che abbia ancora le mani». Si può avvertire l’eccezionalità di Musk come il segno di una distanza incolmabile fra lui e chi è a un livello apparentemente più umano. Eppure per scoprire quanto invece sia vicino a tutti serve poco. Basterebbe riscoprire la curiosità del bambino, che è ancora da qualche parte dentro di noi, e capiremmo qualcosa di più del Leonardo del XXI secolo.

Nicola Sabatini

 

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