Startup online: Stato batte notai. Ma senza turnover non c’è innovazione

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Il Tar del Lazio ha rigettato il ricorso del Consiglio Nazionale del Notariato contro la costituzione delle startup innovative con una registrazione online, senza l’ausilio del notaio, introdotta il 17 febbraio 2016 da un decreto del Ministero dello sviluppo economico in attuazione del decreto legge Investment Compact del 2015. La sentenza, pubblicata il 2 ottobre 2017, fissa un paletto e segna un punto di non ritorno sul fronte della riduzione dei tempi e dei costi della burocrazia: prima di questa misura una startup italiana spendeva mediamente 2mila euro solo per certificare la propria esistenza.

«Secondo il nostro ultimo report trimestrale – scrive Mattia Corbetta, classe 1984, advisor per innovazione e startup al Mise, dove lavora alla Direzione generale per la politica industriale, la competitività e le Pmi – a settembre 2017 sono 878 le nuove startup innovative che si sono costituite con la procedura digitale. Nel 2017 quasi la metà di tutte le startup innovative hanno usato la nuova procedura. In alcune aree la quota è stata più alta: in Veneto è stata del 70%».

Ma la storia, raccontata da Corbetta in una mail diffusa alla comunità degli innovatori italiani, ha un retrogusto amaro. Perché parla di una vittoria che rischia di essere episodica.

La ricetta di una vittoria

«Questa innovazione non è stata un caso» spiega Corbetta: sensibilità culturale, consapevolezza dei trend tecnologici emergenti, competenze IT, l’abilità nello scrivere una buona legge e capacità di muoversi nelle istituzioni sono alcuni sono stati gli ingredienti di questa storia di successo.

Ma anche il fattore ha contato: «Quando abbiamo cominciato eravamo tutti ventenni o trentenni – dice Corbetta del team che ha disegnato il decreto e il portale per la registrazione online –. Abbiamo assunto un approccio digitale di default».

Nello Stato pochi giovani e pochi laureati

Ma questo esempio virtuoso di uno Stato facilitatore di innovazione rischia di rimanere una mosca bianca in un panorama ancora ostile. Questa storia di successo può essere replicabile su larga scala nella pubblica amministrazione? Mattia Corbetta non è ottimista. Principalmente a causa del fattore età, che negli uffici pubblici italiani si è alzata drammaticamente nell’ultimo decenni.

«La quota dei dipendenti dello Stato sotto i 35 anni di età è solo il 2,2% – scrive Corbetta nella sua analisi –. È il dato di gran lunga più basso fra i Paesi sviluppati. La quota media si aggira attorno al 20% (dati Ocse 2017)». Inoltre «la quota equivalente per gli over-55 è del 45%, che supera di molto gli altri Paesi sondati. È cresciuta sensibilmente dal 2010, quando non più del 30% di chi lavorava per il governo rientrava in questa categoria».

Al fattore età si lega quello del grado di istruzione. «Secondo l’Eurispes (settembre 2012) solo il 40% degli impiegati statali ha una laurea. È facile vedere ciò che sta succedendo. Queste cifre riflettono un’assenza quasi completa di turnover dei dipendenti nell’ultimo decennio. Infatti l’ultimo concorso aperto da questo ministero per un numero di significativo di assunzioni risale al 2009».

L’appello di Corbetta: “Una generazione tagliata fuori”

«Il mancato ricambio significa anche mancato ricambio di competenze e assenza di scambio intergenerazionale – scrive Corbetta –. Tagliare fuori dagli uffici pubblici una generazione che è nativa digitale (e internazionale di default) non è solo profondamente ingiusto per quei giovani laureati che aspirano a lavorare per il bene comune. Rende anche estremamente difficile stare al passo con i progressi tecnologici, la globalizzazione e le aspettative degli utenti. Assumere giovani qua e là come tappabuchi o in funzione ornamentale non basta. La politica dovrebbe farsene carico».

«Non è solo una questione di assumere giovani al governo, senza attenzione alle loro capacità e alle mansioni che saranno affidate loro – un errore che è stato fatto nel passato e che non dovrebbe essere ripetuto» conclude la lettera. «Vuol dire riconsiderare in profondità che cosa la pubblica amministrazione dovrebbe essere, che cosa fa, e come dovrebbe farlo. E significa non aver paura di iniziare riforme davvero ambiziose, e di dedicare ad esse sufficienti risorse finanziarie, personale adeguato e motivato, e un tempo sufficiente».