Med Tech, non solo robot. Per innovare servono ingegneri, medici e filosofi

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Abbattere i muri tra il mondo della medicina e quello della tecnologia puntando sulle contaminazione tra saperi diversi. Questo il messaggio lanciato dagli esperti di innovazione in ambito healthcare presenti alla seconda edizione di Innovation Nation Forum. Un momento di confronto, organizzato a Milano il 19 ottobre da Milano Notai e Blum, per scoprire in che direzione sta andando il settore Med Tech che comprende tutte quelle tecnologie sviluppate «per salvare vite». Parliamo di un mercato che vale oggi oltre 370 miliardi di dollari e che sta crescendo in modo impressionante a livello globale.

Le avanguardie si trovano nei centri di ricerca di Israele e della Svizzera. Anche se va detto che l’Italia sta facendo la sua parte. Come Paese contiamo 3800 imprese, 76mila addetti e un export di oltre 5 miliardi. E la punta di diamante si conferma il farmaceutico. In pochi sanno che l’Italia è prima in Europa con una produzione di 31,2 miliardi di euro nel 2017, meglio di Germania e Gran Bretagna.

A Innovation Nation Forum se n’è discusso con Fabio Bianco, Chief Scientific Officer Bio4Dreams, Antonio Falcone, Amministratore delegato Principia, Layla Pavone, Chief innovation marketing and communication officer Digital Magics, Fabrizio Renzi, Director of Research Initiatives IBM Italia, Vincenzo Russi, Founder e CEO e-Novia, Giorgia Zunino, Strategic project manager Parco Santa Maria della Pietà. A moderare il doppio panel il giornalista di Repubblica Jaime D’Alessandro.

No al Dottor Robot

Con lo sviluppo dell’intelligenza artificiale si aprono però nuovi orizzonti. Le nuove tecnologie cambieranno la sanità pubblica e anche il lavoro dei medici. «Lo dico chiaro e tondo. Non ci sarà mai una macchina in grado di rimpiazzare il medico. Né oggi né tra trent’anni». Non ha dubbi Fabrizio Renzi, Director of Research Initiatives Ibm Italia: i dottori non verranno mai sostituiti dai computer. Però, spiega, quest’ultimi possono già aiutare (e non poco) nella diagnosi.

Come? Processando ed elaborando dati. In questo ambito Ibm ha sperimentato Watson, un sistema di intelligenza artificiale in grado di facilitare il riconoscimento dei sintomi delle malattie rare. «Premettendo – dice Renzi- che il cervello umano è oggi quattro volte più potente del più potente computer al mondo va detto che in alcuni casi l’Ai può essere un aiuto prezioso. L’esempio più evidente è quello delle malattie rare. Un medico può fare fatica a memorizzare tutti i sintomi di una di queste patologie. Ecco allora che la macchina viene in soccorso mettendo a disposizione le informazioni, lo stesso accadrà nei lavori di routine del dottore come l’analisi dei melanomi».

Sostegno alle startup e team ibridi

Perché si arrivi a questo livello di evoluzione in campo Med Tech servono però due elementi: idee e competenze. In questa fase transitoria è quindi fondamentale il ruolo di chi aiuta le startup a crescere. «Stiamo cercando – racconta Layla Pavone, Chief innovation marketing and communication officer dell’incubatore Digital Magics – di fare da ‘bridge’ tra le esigenze delle persone e le startup, che accompagniamo con l’idea di farne delle aziende. E lo facciamo a partire dalle competenze che ha la nostra squadra di supporto. Le skills sono tutto per una startup e devono essere trasversali. Una cosa è avere l’idea, un’altra è fare l’imprenditore: ci vogliono capacità a tutto tondo».

La ricetta per l’evoluzione del Med Tech è semplice: chi innova non deve fermarsi alle competenze verticali ma lasciarsi contaminare. Ecco perché la commistione tra saperi diversi è invocata a gran voce anche da Fabio Bianco, neuroscenziato e Chief Scientific Officer dell’acceleratore Bio4Dreams, primo incubatore italiano a capitale interamente privato dedicato all’incubazione di startup nelle Scienze della vita.

«Intercettiamo i progetti quando non sono ancora strutturati – sottolinea Bianco -. Spesso vediamo team di tecnici: c’è il chimico, il medico, il biologo, l’ingegnere. Ma non c’è l’esperto di finanza o il comunicatore. E mancano i punti di connessione anche tra i tecnici. Prima questi mondi, inizieranno davvero a parlarsi prima il Med Tech farà il salto di qualità di cui abbiamo bisogno».

Diana Cavalcoli