«Il lavoro che serve»: in un volume il viaggio nelle imprese 4.0

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Un viaggio tra le realtà del Made in Italy che stanno abbracciando la rivoluzione 4.0. Un viaggio tra le persone – 131 quelle intervistate – e le esperienze di interazione con il digitale. Un viaggio nel quale, attraverso un ampio ventaglio di casi di studio, si fa scopre come il rapporto tra macchine intelligenti ed esseri umani sta evolvendo in Italia. Ecco il cuore de «Il lavoro che serve: persone nell’industria 4.0», il libro di Annalisa Magone e Tatiana Mazali edito da Guerini e Associati.

Un libro che serve per un lavoro che serve

Questo volume è l’esito di una ricerca condotta tra il settembre 2017 e giugno 2018 che ha visto ricercatori di Torino Nord Ovest, in collaborazione con il Politecnico di Torino, intervistare le persone che reggono i fili delle imprese italiane aperte alla digitalizzazione, trama costitutiva e motore del lavoro 4.0.

Tante quindi le voci che raccontano questo processo e i fenomeni ad esso collegati: imprenditori con una propria personale cultura manageriale, lavoratori e sindacati intenti a rielaborare il proprio ruolo all’interno del flusso produttivo, studiosi e teorici concentrati sulle scelte tecnologiche, lo sviluppo organizzativo e i modelli regolativi.

La trasformazione digitale come responsabilità condivisa

«Non si deve lasciare la trasformazione digitale solamente nelle mani degli esperti di tecnologia». Questo il leitmotiv del libro, in cui si analizza il rapporto di corresponsabilità tra tecnologie e società. Nell’industria 4.0 sempre più urgente è infatti la necessità di coordinare i tre assi portanti, e tra loro interdipendenti, dell’impresa: persone, processi e strumenti. Il percorso verso l’interazione è stimolato e rafforzato dal meccanismo di corrosione del confine tra pubblico e privato, già in atto almeno per chi ha accolto nella propria vita tecnologie di tipo mobile, come smartphone e pc. Applicare tecnologie smart al processo produttivo, raccogliendo, elaborando e valorizzando i dati – il cuore pulsante dell’industria 4.0 – richiede d’altra parte un alto grado di istruzione e una più diffusa dimestichezza con le nuove tecnologie.

Dai mobili al San Marzano: come implementare tecnologie smart

Un settore in corso di rivoluzione presenta per definizione delle sfide. Bisogna pensare in modo innovativo ed implementare tecnologie smart. Come ha fatto Alf – azienda trevigiana di mobilieri da due generazioni, con un fatturato di 75 milioni e 320 dipendenti – che vede nella digitalizzazione la possibilità di produrre mobili personalizzati con logica industriale. Con Lotto Uno, il macchinario che dà il la all’automatizzazione del ciclo produttivo e decreta una nuova competitività, Alf ha integrato lavori di base sui pannelli automatizzando la fase iniziale del lavoro in un flusso in cui ciò che prima veniva creato in diversi centri, e successivamente assemblato, ora viene prodotto in modo aggregato. «Facevamo un prodotto normale con altezza e profondità standard, oggi facciamo un prodotto taylor made al millimetro. Avevamo un magazzino di semilavorati col rischio continuo di avanzi, oggi diamo un servizio certo e veloce», racconta Maria Cristina Piovesana, presidentessa dell’azienda.

Bisogna poi saper valorizzare la componente umana: è il caso di Fratelli D’Acunzi, azienda specializzata dal 1958 nella commercializzazione di prodotti freschi e in particolare del pomodoro San Marzano. La linea produttiva è stata altamente automatizzata una decina di anni fa, con l’introduzione di evaporatori, separapelle, sensori ottici che individuano anche le più piccole difettosità. Anche se «la tecnologia non è mai abbastanza», la presenza umana resta altissima e distintiva, come nel caso delle cernitrici, addette che selezionano i pomodori lungo il nastro trasportatore, ad occhio nudo, ed eliminano il prodotto difettoso come fossero una macchina. «Incredibile», riconosce Pasquale D’Acunzi.

Ma bisogna allo stesso tempo essere provvisti di una buona dose di flessibilità, come accade in Casappa, azienda leader nel settore delle pompe e dei motori oleodinamici per diversi settori. Appena introdotta la linea di produzione a U – tipica configurazione lean delle celle di assemblaggio basata sul principio dell’autobilanciamento – le persone non sono riuscite a comprenderla come ci si aspettava, perché «la maniera di intendere il cambiamento non è uguale per tutti», come si evince da un analisi aziendale. Il progetto è stato quindi rivisto, la scelta di lavorarci è diventata facoltativa e si sono messi in conto tempi di assorbimento della nuova tecnologia.

La strada obbligata del lifelong learning

La sfida più urgente è tuttavia quella di dare spazio ad un’industria fondata sull’apprendimento piuttosto che sulla replicabilità delle soluzioni, in cui la complessità sia affidata in parte alle macchine e in parte agli esseri umani, secondo una relazione sussidiaria. Se da un lato sono molte le persone con una forma mentis digitale che hanno familiarità con una tecnologia permeante, la nuova necessità è saper includere le persone con un basso livello di scolarizzazione, o uscite da molto tempo dal ciclo formativo, all’interno del processo di digitalizzazione. Questo accade in Pedrollo, azienda fondata nel 1974 che produce a due passi da Verona due milioni di elettropompe all’anno, per un fatturato di 170 milioni di euro. «L’industria 4.0 – che significa rendere il processo più corto, più semplice, più economico – mette in pista abilità diverse e c’è bisogno di personale più formato: noi dobbiamo produrre più pompe, con le stesse persone, quindi è meglio formare su temi generali che interessino a tutti» afferma Aldrighetti, HR manager di Pedrollo. Così si inizia a «formare persone per fare formazione», come il tecnico informatico che fa corsi di computer agli anziani, chi tiene corsi di lettura dei bilancio, della busta paga o su come costruire un’elettropompa.

«Il viaggio nell’industria 4.0 – come si legge nel testo – inizia nella fabbriche e negli uffici, ma la rivoluzione in atto si consuma dentro alle aziende, ma anche dentro la società». E questo libro serve per pensare il lavoro che serve.

Marta Silvia Viganò