«Informazione, macché disintermediazione digitale: viviamo dentro bolle»

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floridiDopo Copernico, Darwin, Freud, c’è Alan Turing, simbolo della «Quarta rivoluzione», quella che ha fatto saltare gli schemi, rendendo gli uomini non più centrali nel discorso sociale. A teorizzare il passaggio dall’etica egocentrica a quella eterocentrica è Luciano Floridi, una delle voci più autorevoli della filosofia contemporanea, professore ordinario di Filosofia ed Etica dell’informazione all’Università di Oxford, dove dirige il Digital Ethics Lab, nonché Ethic Advisor di Google e consulente della Comunità europea. Floridi ha inaugurato la prima edizione del Master in Comunicazione della Scienza e dell’Innovazione dell’Università di Trento, percorso che mira a formare i ricercatori e comunicatori dell’innovazione, analizzando il capitale semantico dell’epoca contemporanea.

Professore, partiamo dalle sfide della comunicazione: la tecnologia sta cambiando non solo il modo di comunicare, ma anche il significato stesso di ciò che comunichiamo. In che modo?

«Siamo convinti di vivere nell’era della disintermediazione, ma non è così. Siamo invece immersi nella re-intermediazione. Prima avevamo i canali in bianco e nero della Rai, poi è arrivato You Tube. L’intermediario non è scomparso, è solo cambiato lo schema».

Questo richiede una nuova filosofia della comunicazione?

«Sicuramente siamo impreparati ad affrontare questo nuovo contesto. Non abbiamo mai visto una realtà così densa di dati. Il 95% dei contenuti di fruiamo oggi, in termini di quantità, sono stati prodotti negli ultimi vent’anni. Questa abbondanza crea confusione. Dobbiamo trovare il modo per capire quali sono i quadri concettuali ed etici entro i quali muoverci».

Tutto ciò porta a una nuova lettura del capitale semantico?

«Il capitale semantico è un contenuto che può migliorare la nostra capacità di dare significato e senso a qualcosa. Oggi, ci troviamo in un sistema di bolle informative che da un lato organizzano i tanti contenuti in circolazione e dall’altro ci spingono a scegliere in quale area posizionarci. Ecco, scegliendo di vivere in una bolla piuttosto che in un’altra avremo la convinzione di avere accesso a contenuti disintermediati, ma in realtà è solo un’illusione».

Quali rischi corre, quindi, il capitale semantico?

«Ne corre diversi: può perdere valore, cosa che accade con le fake news, può diventare improduttivo o essere impoverito. Dovremmo, quindi, capire in che modo possiamo farlo fruttare. La risposta sta nel comprendere che mentre il mondo va appiattendosi, noi possiamo essere l’unico punto di resistenza».

Rispetto a robot, intelligenze artificiali e automazione dovremo per tanto sviluppare nuovi anticorpi etici?

«Più che di anticorpi parlerei di sensibilità e credo che le affineremo progressivamente e in maniera molto naturale, come abbiamo sempre fatto. Pensiamo, ad esempio, a come in passato erano considerati gli animali e a come invece sono considerati oggi. C’è stato un cambiamento etico incredibile. E non per frutto di qualche imposizione verticistica, ma per il contesto sociale. Così, potremo passare dall’egocentrismo all’eterocentrismo e in questa nuova dimensione, a essere centrali saranno non più i singoli, ma le relazioni, non i partiti ma la politica, non il cittadino ma la cittadinanza. E questo è il miglior orizzonte possibile».

Silvia Pagliuca