Ema, Amsterdam batte Milano (al sorteggio). Cosa imparare dalla sconfitta

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testa o croce monetinaAndrà ad Amsterdam la sede dell’Ema, l’agenzia europea del farmaco che dopo la Brexit deve traslocare da Londra. La scelta avvenuta con il sorteggio, dopo che nelle prime due votazioni Milano era in vantaggio il pareggio nella terza, ha dato alla sconfitta italiana il sapore della beffa. Ma l’ha anche addolcita, perché in fondo solo il caso ha dato la batosta a una candidatura corale, che sul palcoscenico europeo è apparsa comunque forte e credibile. Anche se c’è chi interpreta la sconfitta come il segnale da non sottovalutare di una debolezza strutturale del Paese, oltre che l’ennesimo segnale del bizantinismo dei meccanismi decisionali dell’Unione Europea.

Ecco come i principali quotidiani e siti web hanno analizzato la sconfitta milanese.

Il Sole 24 ore pubblica un’analisi di Lello Naso in cui prevale la fiducia per il futuro: “Ma la strada per l’hub della scienza è tracciata” titola il giornale di Confindustria. «La sede Ema a Milano poteva essere l’acceleratore decisivo nel processo di trasformazione della città» scrive Naso, ma «la beffa del sorteggio che ha favorito Amsterdam non deve condizionare né rallentare il tragitto della città. La strada tracciata è quella giusta e va seguita senza tentennamenti, a partire dai progetti avviati e in via di completamento», primo fra tutti lo Human Technopole nell’ex area di Expo 2015.

Per Roberto Rho, su Repubblica, «è un enorme peccato – e ciò spiega la delusione dei milanesi – perché  Milano deve rinunciare alla prospettiva di una “terza via” dopo quella manifatturiera del Dopoguerra e quella, che oggi sente un po’ stretta, di capitale nazionale della finanza e dei servizi». La delusione porta con sé risvolti sociali e politici da non sottovalutare, secondo Rho: «l’esito surreale» del voto sull’Ema «rischia di rianimare le braci dell’antieuropeismo» che finora i successi internazionali del capoluogo lombardo avevano tenuto a bada.

grattacielo Pirelli MilanoIl Corriere della Sera, con il commento di Paolo Valentino in prima pagina intitolato “Se nella Ue decide la monetina unica”, punta il dito contro l’Europa. «La sede di una delle più importanti agenzie della Ue, forte di quasi 900 dipendenti, perno dell’industria farmaceutica europea, motore della più avanzata ricerca bio medica, capace di muovere unindotto da oltre 1,5 miliardi di euro l’anno, è stata decisa con il lancio della monetina» scrive Valentino. «Quale giovamento possano trarre da una simile bizzarria la credibilità dell’Europa e la sua empatia presso i cittadini dell’Unione, è un mistero buffo, se non fosse anche inquietante».

Più autocritico l’approccio di Jacopo Tondelli che su Gli Stati Generali firma un pezzo intitolato “No, non è stata la monetina: cosa insegna a Milano e Roma l’Ema perduta”. Tondelli smentisce l’ottimismo delle ultime ore precedenti il voto: «Nelle settimane scorse, chi seguiva da vicino il dossier tra Milano, Roma e Bruxelles, evidenziava diversi nodi. Anzitutto, pesava un po’ il malumore di lungo periodo lasciato dalla “politica dei pugni sul tavolo” esibita per anni, in tempi recenti, da una governo italiano in Europa. Un elemento forse non decisivo ma che, ambientalmente, circolava nelle stanze in cui covavano le decisioni».

Ma anche Milano avrebbe da imparare a muoversi meno in solitaria ma più in sintonia con il Paese: «Non siamo (almeno per ora) una città stato che può fare a meno del suo paese. E anche che non può, e soprattuto non dovrebbe, dimenticarsi del fatto che al resto del paese e delle istituzioni continua a dovere qualcosa. Senza un governo che ci ha creduto non sarebbe arrivato Expo. Senza un governo che ci ha lavorato non si sarebbe arrivati alla sfortunata monetina di oggi».

Su Linkiesta Francesco Cancellato vede invece il bicchiere mezzo pieno: “Ema, la sconfitta di Milano è come una vittoria (se ne sapremo fare buon uso” si intitola il suo commento. Più che il risultato conta la prestazione, per dirla con una metafora calcistica. «Ultima bella notizia: finalmente stiamo imparando a perdere – sottolinea Cancellato –. A capire che non è vero che il risultato è l’unica cosa che conta, ma che conta anche il modo in cui provi a raggiungerlo. I progetti, i legami, le interdipendenze non si rompono con la sconfitta, ma sono un patrimonio che resta nelle mani della città. Serviranno, più avanti, come base o come buona pratica su costruire nuovi progetti, nuove occasioni di miglioramento».