Donne e scienza: il gap di genere è più forte nelle posizioni apicali

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La scienza non è un gioco da ragazzi. O da uomini. La scienza è la cosa più democratica che ci sia, perché basandosi sullo studio mette chiunque sullo stesso piano, tralasciando qualsiasi altro aspetto secondario. Questo, almeno, in linea teorica. Analizzando numeri e statistiche, però, si scopre che anche il mondo scientifico presenta differenze basate sul genere: le donne hanno più difficoltà degli uomini ad arrivare a ruoli dirigenziali in ambito scientifico.

Daniela Lucangeli

La psicologa dell’apprendimento Daniela Lucangeli, docente all’Università di Padova, testimonia: «Venticinque anni fa, quando ho cominciato, complice il fatto che presentassi marcate caratteristiche femminili che lo stereotipo associa a una persona che non punta sull’intelligenza, ho fatto fatica a livello professionale. Ma è durato poco: una volta raggiunti i risultati nella ricerca, ho guadagnato il rispetto dei colleghi». Oggi molto sta cambiando, la voce delle donne anche in ambito scientifico si sta facendo sentire: «Vedo questa fase storica molto più sensibile al femminile, finalmente si sta superando lo stereotipo che vede le donne non adatte allo studio delle deep sciences».

Il grafico sottostante (dati Miur 2015) presenta al meglio la situazione: ragazzi e ragazze accedono agli studi in settori scientifici quasi in parità (A) mantenendo equa la distribuzione anche nei dottorati di ricerca, con uno scarto minimo dell’1% (B). Il vero problema si verifica nel momento della specializzazione: l’aumento dell’età e l’aumento del prestigio del settore (C) sembrano essere i fattori che rendono complesso l’accesso femminile alla carriera scientifica.

A rendere difficile il proseguimento della carriera professionale nel mondo della scienza, spiega l’immunologa e biologa molecolare Antonella Viola, docente all’Università di Padova e direttrice dell’Istituto di Ricerca Pediatrica, è «la difficoltà nel coniugare la vita personale e la vita professionale. Il lavoro in ambito scientifico è molto impegnativo, non ci sono orari e spesso bisogna partecipare a congressi in giro per il mondo. Anche il ruolo di mamma è impegnativo. A volte ci si sente in colpa, perché si percepisce di non riuscire a vivere appieno nessuna delle due esperienze». È in questo frangente che servirebbe un intervento deciso dello Stato, una rete sociale adeguata al sostegno delle donne nel momento della maternità, esperienza che porta molte scienziate ad abbandonare la ricerca.

Università: alle donne solo il 21% delle cattedre di materie scientifiche

Antonella Viola

Antonella Viola

Ma anche per quelle scienziate che riescono a superare questo momento critico, arrivare alle posizioni apicali è molto complesso: «La visione maschile che è presente nel mondo della scienza lascia indietro ricercatrici molto capaci, da un lato perché si presenta un giudizio molto maschile nella performance richiesta, dall’altro perché spesso manca una rete di sostegno tra colleghe» aggiunge la professoressa Viola. Secondo i dati Miur 2015, le donne che occupano le cattedre ordinarie di materie scientifiche nelle università italiane sono il 21%, contro il 79% rappresentato dai professori.

Per l’esperienza maturata dalla professoressa Viola, un secondo elemento del divario di genere è da ricercarsi nell’educazione: «I genitori spesso educano i figli in maniera diversa, se questi sono bambini o bambine. Già dall’infanzia ha origine un’impostazione differente verso se stessi e verso l’esterno: ai bambini viene insegnato molto il coraggio, mentre nelle bambine questo non viene stimolato, perché considerate più chiuse in sé».

Parliamo ancora di stereotipi verso il femminile, che influiscono molto sulla creazione dell’identità di una ragazza, come ribadisce la professoressa Lucangeli: «La storia culturale femminile ha ancora forti retaggi nel pensiero comune, e come quello che noi respiriamo ci può inquinare, pensate quanto il pensiero altrui ci possa inquinare. Se i genitori crescono i figli enfatizzando gli stereotipi, le informazioni stereotipate diventeranno fissità funzionali, che si tradurranno poi in pensiero. Ogni individuo potrebbe “ammalarsi” degli errori di pensiero altrui».

Racconta ancora la professoressa Viola: «Mi è capitato che delle giovani ricercatrici, veramente brave, mi dicessero di non sentirsi all’altezza rispetto ad un determinato compito o ruolo. Attenzione, insicurezza verso le proprie capacità non in quanto donne, ma come individui, che si pongono molti più dubbi rispetto alle proprie capacità. Serve un’educazione che spinga le ragazze ad essere più spavalde, supportate da competenze, ma più sicure».

Jessica Marzaro